Un bottone rosso minaccia la Costituzione

Un bottone rosso minaccia la Costituzione

By | 2018-01-22T12:21:03+00:00 gennaio 22nd, 2018|

Un «bottone rosso». Ecco l’arma finale contro le fake news, nell’avvicinarsi delle urne assunte come soprattutto pericolose per un corpo elettorale che si vuole inconsapevole e impressionabile.

Quel bottone consentirà di segnalare al Cnaipic (Centro Nazionale Anticrimine Informatico per la Protezione delle Infrastrutture Critiche) le bufale circolanti sulla rete. Seguiranno accertamenti e fact-checking. Se ne verrà conferma, la notizia sarà ufficialmente classificata tra le fake news.

Tutto per il meglio, dunque? Niente affatto.

Bisogna intendersi su un punto preliminare. Ciò che gira sulla rete attiene in un modo o nell’altro alla libertà/diritto di informare, e alla libertà/diritto di essere informati. Siamo nel regime costituzionale delle libertà ex art. 15 (comunicazione) e/o 21 (manifestazione del pensiero), che hanno in comune due essenziali garanzie: la riserva di giurisdizione e la riserva di legge. Si possono comprimere solo per specifico dettato legislativo e attraverso un procedimento che affidi conclusivamente la decisione all’autorità giudiziaria.

La classificazione in sé, pur non giungendo alla cancellazione della notizia dal web, è volta a incidere sull’informare e sull’essere informati, e rientra dunque nell’orizzonte della protezione costituzionale. Tuttavia, il fondamento del bottone rosso è un mero atto organizzatorio del Ministro dell’interno, e ogni decisione viene assunta da una forza di polizia, che a quel ministero fa capo. Il circuito si risolve all’interno dell’esecutivo.

È dunque dubbio che il bottone rosso e quel che segue rispettino il presidio costituzionale. È per definizione pericoloso porre nelle mani dell’esecutivo strumenti potenzialmente idonei a incidere sull’informazione.

Oggi non dubitiamo che il ministro Minniti sia di sani costumi democratici e nella specie non intenda affatto – come dice – influire sulla campagna elettorale. Ma se domani – come suggerisce Berlusconi – fosse ministro dell’interno Salvini? E perché non ci si è almeno affidati a soggetti formalmente indipendenti che hanno per definizione qualche competenza in materia, cioè le autorità per l’informazione e la privacy?

Inoltre, va detto che l’architettura messa in campo è con ogni probabilità inidonea rispetto al fine dichiarato. Il percorso di accertamento affidato alle forze di polizia è fumoso e imprecisato. Alla fine, cosa contraddistingue inequivocabilmente le fake news? Cosa impedisce che sia fake piuttosto la segnalazione, proveniente da uno o più avversari politici o da persone a qualsiasi titolo controinteressate?

Non rassicura affatto l’affermazione che sarebbero perseguite solo le notizie che risultassero manifestamente infondate o diffamatorie, a seguito di un accurato fact-checking. E quali notizie potrebbero considerarsi tali, al di fuori di un accertamento giudiziale?

E che dire delle vere fake news della campagna elettorale, che sono piuttosto le promesse di benefici di vario titolo e caratura, tali da dissestare irreparabilmente l’erario?

La Costituzione può essere a rischio anche solo per un bottone rosso. La verità ultima è che in un sistema democratico l’informazione distorta e menzognera si combatte attraverso una informazione libera e corretta, più che imponendo bavagli legali. Troviamo esempi e insegnamenti nella giurisprudenza della Corte Suprema degli Stati Uniti sul freedom of speech. E una grande lezione ci viene ora dalle parole della neo-senatrice a vita Segre, a seguire la – apprezzabilissima – nomina presidenziale alla carica.

Il terreno è minato. Ci rassicura alquanto il fatto che nei sondaggi la grande maggioranza del popolo italiano ritiene destinate all’oblio le mirabolanti promesse elettorali, da chiunque avanzate. Ma un residuo di preoccupazione rimane. Uno dei pilastri del fact-checking è la verifica della fonte da cui proviene la notizia.

E se la fonte è autorevole, ma la notizia è comunque fuorviante o menzognera?

Ad esempio, dovremmo oggi assumere che esistono shithole countries, come ha certificato il presidente degli Stati Uniti, di certo fonte idonea. Ma può mai un’affermazione così profondamente inquinata da razzismo essere altro che menzognera? Ci aspettiamo una comunicazione ufficiale sul sito anti-bufale, possibilmente corredata da una smentita del nostro ministro degli esteri.

 

Massimo Villone su Il Manifesto del 21 gennaio 2018

About the Author: