il manifesto – 7 giugno 2023

Si è svolto ieri lo sciopero nazionale delle telecomunicazioni promosso da SlcCgil, FistelCisl e Uilcom. È stata un’iniziativa importante e doverosa, resa necessaria dalla situazione gravissima in cui versa il comparto delle telecomunicazioni.
Sullo sfondo si vede il flop clamoroso dei vari piani per le connessioni in banda larga e ultralarga. I bandi, tutti vinti nelle aree più fragili dalla società costituita al tempo di Renzi a Palazzo Chigi da Cassa depositi e prestiti insieme ad Enel (Open Fiber), non hanno dato l’esito previsto. Anzi.

Superato invano il termine del 2020, pure quello del rinvio al 2023 pare svanito. La Relazione sullo stato di avanzamento dei lavori, approntata dall’apposita società in house del ministero delle Imprese e del Made in Italy Infratel, ha certificato la sconfitta: sì e no un terzo delle sei milioni e mezzo di abitazioni ha ottenuto la cablatura.

Con la bizzarra scelta di dare vita ad un gruppo pubblico direttamente concorrente di Tim ( in cui vi è la curiosa partecipazione della stessa Cdp), l’ex vecchio monopolio è travolto da una slavina pericolosissima: per la medesima azienda e per chi vi lavora. Incombe, infatti, la spada di Damocle degli esuberi: da 20.000 in su. Infatti, la grida elettorale di Fratelli d’Italia sulla costruzione di una rete unica pubblica si è infranta sulle liti nella compagine di Tim, alle prese con la prevedibile resistenza alla vendita dell’infrastruttura a prezzi di saldo dei francesi di Vivendi.

Un pasticciaccio bruttissimo, in cui ormai sembra smarrita la bussola. La prospettiva della rete unica andava perseguita in tutt’altra maniera, con un’intesa azionistica tra i maggiori competitori senza una maggioranza precostituita ed utilizzando proprio la Cassa depositi e prestiti come cuscinetto. Senza né svendite, né scorpori.
Siamo di fronte, purtroppo, ad un orrendo finale di partita.

Altri noti soggetti, capaci di costose campagne pubblicitarie in televisione, non se la passano meglio. Wind vende la rete mobile e Vodafone annuncia un migliaio di eccedenze lavorative. Ulteriori drammi si appalesano, da British Telecom a Ericsson. Vanno aggiunte, poi, le vicende scandalose del cosiddetto dumping contrattuale dei call center (ora chiamati eufemisticamente customer service). Testimonianze terribili si sono alternate sul palco della manifestazione di Roma.
In tutto questo, dopo surreali squilli di tromba degni di un film di propaganda del Ventennio, l’agognata transizione digitale contenuta nel Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) rimane lontana dai risultati previsti.

È un paradosso incredibile: la parola digitale è diventata magica e sempre ricorrente, oggetto di centinaia di convegni. L’ottimismo tecnologico, però, si è scontrato con la gelatinosità del sistema e gli obiettivi prestabiliti sono una chimera. Solo per la pubblica amministrazione il piano ha immaginato un investimento di 6 miliardi di euro. Che ne è?
Insomma, chiacchiere al vento, mentre l’Italia naviga nelle zone basse della classifica europea.
L’assenza di una visione e di strategie adeguate è all’origine del disastro.

Manca completamente una riflessione conseguente sul mutamento del paradigma del sistema. Le telecomunicazioni ebbero il loro momento di gloria tra la fine dello scorso millennio e l’inizio del nuovo. Le liberalizzazioni, accompagnate da un’aura ideologica, sembravano essere il paradiso terrestre. I guadagni in borsa centuplicavano le entrate e le dot.com indossavano i panni di fabbriche dell’infosfera.

Il sogno è durato pochi anni. La stessa evoluzione delle tecniche, salutata con urla di gioia, si è incaricata di buttare all’angolo le telecomunicazioni classiche.
I prepotenti oligarchi della rete, gli Over The Top (da Google, a Microsoft, ad Apple, a Meta, a Twitter), si stanno via via sostituendo alle funzioni dei padroni precedenti. Contrariamente ad altre mediamorfosi, questa volta sembra proprio che il campo di battaglia sia duro e cruento. Invece di fare pasticci ai danni del lavoro vivo, si pensi ad una rinnovata sfera pubblica, al bene comune.