Le ragioni del NO in pillole interviste di Lavinia Rivara su Repubblica

ALESSANDRO PACE – “Il Senato va eletto dai cittadini”

Professor Alessandro Pace, lei presiede il Comitato per il No alla riforma Boschi. Se è vero che il superamento del bicameralismo perfetto trova d’accordo quasi tutti i costituzionalisti, perché invitate a bocciare questa legge?
“Io sarei favorevole addirittura all’abolizione del Senato, affidando però dei contropoteri alla Camera. La verità è che questa è una riforma pasticciata. Se si vuole conservare un Senato con poteri legislativi, allora deve essere eletto dai cittadini. È l’articolo 1 della Costituzione a dire che la sovranità appartiene al popolo. E la volontà dei cittadini si esprime attraverso il voto”.

Ma la scelta di dare una rappresentanza parlamentare alle istituzioni locali non è in linea con i sistemi bicamerali di altri Paesi?
“No, solo negli Stati federali, come la Germania e gli Stati Uniti, il Senato può rappresentare i Land, gli Stati. Se invece conserva una funzione legislativa continua ad essere organo dello Stato centrale. È irrazionale voler far fare al Senato due mestieri. Così come non si può pensare che un sindaco di una grande città possa stare due giorni a Roma, a palazzo Madama, durante la settimana. Così, in modo surrettizio, si punta a non far funzionare veramente il Senato. E a gestire la politica alla Camera, laddove il premier ha il dominio della maggioranza. Senza contare che per avere un ruolo veramente incisivo nel rapporto Stato-Regioni dovrebbero far parte del Senato i governatori non i consiglieri regionali”.

Lei vede un rischio per la democrazia nell’eliminazione del voto di fiducia del Senato al governo?
“Non sono contrario, ma paradossalmente può creare difficoltà, perché nelle leggi bicamerali il governo potrebbe trovarsi nella condizione di non riuscire a domare la seconda Camera”.

È d’accordo col rafforzamento della parità di genere?
“Ci mancherebbe, non tutto nella riforma è sbagliato. Il problema è che non funziona”.

 

MASSIMO VILLONE – “Cosí l’esecutivo rende subalterno il Parlamento”

È da tempo che le Camere cercano di introdurre nei regolamenti la corsia preferenziale per i ddl più importanti del governo. Con la riforma la novità entra direttamente in Costituzione. Non le sembra positivo professor Massimo Villone?
“No. Mettere in Costituzione il voto a data certa per le leggi consegna al governo in via permanente il controllo dell’agenda e dei lavori parlamentari, rendendo il Parlamento subalterno, per di più quando se ne riduce la rappresentatività con un Senato non elettivo. Inoltre, crea una rigidità che riduce la capacità del Parlamento di rimanere aderente al sistema politico”.

Il voto a data certa dovrebbe ridurre la necessità di decreti e fiducie, strumenti molto abusati finora dagli esecutivi. Non è la mossa giusta?
“No. Si evitano forse decreti e fiducie, ma si mette la mordacchia al Parlamento in altro modo. Una legge pur contestata come il Lodo Alfano sull’immunità per i potenti, è stata approvata in tre settimane tra Camera e Senato. Senza bisogno del voto a data certa che, paradossalmente avrebbe chiesto tempi maggiori. Oggi un governo con una maggioranza coesa può senza dubbio dettare scelte e tempi. Ma con il voto a data certa si vuole normalizzare la maggioranza di governo, marginalizzando il dissenso. In parallelo, con la clausola di supremazia nel Titolo V si normalizzano le comunità locali. È la “democrazia decidente” del Sì”.

Al Senato assemblea e commissioni non dovranno più rispecchiare la proporzione dei gruppi parlamentari. Come si articolerà Palazzo Madama?
“I consigli regionali sono eletti con sistemi maggioritari. Assegneranno i senatori in prevalenza alle forze vincenti nel territorio, spesso con l’apporto di liste locali o civiche di ambigua identità politica. I senatori non avranno vincolo di mandato, diversamente dal Bundesrat tedesco. Avranno invece le prerogative dei parlamentari per arresti, perquisizioni, intercettazioni. Nella migliore delle ipotesi, una simile assemblea sarà luogo di interessi particolari e di egoismi territoriali”.

 

ANNA FALCONE – “Niente garanzie, agire dal basso sarà più difficile”

Sale il numero delle firme per le proposte di iniziativa popolare, ma con la riforma c’è la garanzia che le Camere le discuteranno in tempi certi. Non è un passo avanti avvocatessa Anna Falcone?
“La realtà è ben diversa dalla propaganda di governo: il nuovo art. 71 aumenta il numero delle firme – il triplo di quanto è richiesto dalla Costituzione vigente – ma si guarda bene dal garantirne l’obbligo di calendarizzazione e deliberazione. Al contrario, la riforma prevede una mera norma di rinvio ai regolamenti parlamentari che dovranno stabilire tempi, forme e limiti – sottolineo “limiti” – della discussione. Una tale norma di rinvio non da garanzia di nulla. Anche perché i regolamenti possono essere modificati dalla stessa maggioranza di governo”.

La novità dei referendum propositivi e di indirizzo non dimostra la volontà di favorire la partecipazione dei cittadini alla vita politica?
“È un altro “specchietto per le allodole”: la riforma non stabilisce alcuna garanzia certa, ma si limita a rinviare la disciplina concreta dei referendum propositivi e di indirizzo a una futura legge costituzionale, che dovrà prevedere le “condizioni” e gli “effetti” di tali consultazioni. Anche qui una promessa futura a contenuto libero e “a data incerta”. Un fulgido esempio di propaganda, irrispettosa del diritto dei cittadini a conoscere i reali contenuti della riforma e votare consapevolmente”.

Per i referendum abrogativi si introduce la possibilità di un quorum di validità più basso se la proposta viene da almeno 800 mila cittadini. Non è una possibilità in più per la democrazia diretta?
“No, perché rimane l’evidente sperequazione di mezzi e risorse per raccogliere le firme necessarie, a seconda che l’iniziativa sia intrapresa da semplici cittadini o da soggetti organizzati e che dispongono di mezzi e risorse proprie, o altrimenti foraggiate. La riforma non prevede nulla in tal senso, ovvero per consentire a tutti i cittadini un uguale ed effettivo accesso all’istituto referendario”.

 

ALFIERE GRANDI – “Si risparmia il costo dell’aereo del premier”

La riforma abolisce il Cnel, obiettivo inseguito invano in passato da diversi governi. Alfiero Grandi come ex sindacalista e come Comitato per il No, è d’accordo?
“Il ruolo del Cnel negli ultimi decenni non è stato rilevante, ma definirlo inutile è esagerato, è stata una sede di confronto sociale, ha elaborato studi e proposte non disprezzabili. Il costo del suo funzionamento è paragonabile a quello dell’aereo che Renzi ha fatto prendere in leasing da Ethiad per la presidenza del Consiglio. Il governo per demagogia ha voluto esagerare l’abolizione del Cnel fino ad inserirla nel quesito referendario, comunque non basta a giustificare altre scelte inaccettabili “.Secondo il governo l’abolizione del Cnel porterà ad un risparmio di 20 milioni l’anno.
“La discussione sul Cnel è avvenuta sotto il peso di una campagna demagogica. In Europa il dialogo sociale è un fondamento del funzionamento istituzionale e si esercita attraverso sedi di confronto tra i soggetti sociali. Oggi si parla del Cnel solo per cancellarlo, vantando il taglio dei costi, ma senza chiedersi cosa prenderà il suo posto. Ad esempio una conferenza tra governo e parti sociali potrebbe sostituire il Cnel, senza costi. La mera soppressione è un’iniziativa demagogica e culturalmente povera”.L’abrogazione delle Province viene costituzionalizzata. Questo ridurrà la burocrazia e taglierà i costi della politica?
“L’abolizione delle Province iniziata con la legge Del Rio è una pessima riforma istituzionale, per di più anticipa ciò che potrebbe accadere nell’elezione dei senatori da parte delle regioni. Da quando è in vigore la Delrio il risultato è che le province hanno subito tagli di miliardi senza poter svolgere i compiti previsti. Solo quando i cittadini eleggono i propri rappresentanti gli eletti hanno forza e sono controllabili. Le elezioni di secondo grado degli organi delle province in troppi casi avvengono con inciuci, rafforzati da una pessima modifica della Costituzione che trascinerà sul Senato la negativa esperienza elettorale delle province”.
GAETANO AZZARITI – “Sarà un caos, era meglio abolire il Senato”
L’articolo 70 è uno dei più contestati della riforma. Ma archiviando il bicameralismo paritario non era inevitabile, professor Gaetano Azzariti, articolare e differenziare il procedimento legislativo?
“Il difetto maggiore non è nella “articolazione” (in verità molto confusa) delle competenze legislative tra Camera e Senato, ma nel non essere riusciti a dare un ruolo costituzionale alla seconda Camera. A questa sono assegnate funzioni legislative che coinvolgono le materie più diverse, spesso estranee agli interessi degli enti territoriali. Inoltre, anziché adottare un criterio semplice per distinguere le competenze legislative – come peraltro era nel disegno di legge originario del governo – si sono voluti, incomprensibilmente, moltiplicare i modi di formazione delle leggi. Ciò farà aumentare la confusione e la litigiosità anche costituzionale: non ne abbiamo proprio bisogno. Peraltro la riforma non si preoccupa minimamente del reale problema che investe la legislazione italiana, che non è dato tanto dal bicameralismo paritario, quanto dalla cattiva fattura delle leggi e dalla difficile attuazione delle stesse. Un’occasione perduta”.I termini dati al Senato per intervenire sui provvedimenti, compresi quelli di bilancio, le sembrano congrui?
“Ma chi può pensare che qualche sindaco e alcuni consiglieri regionali, oltre ai 5 senatori di nomina presidenziale, possano realmente svolgere tutte le funzioni che il testo della riforma assegna al Senato? Non solo legislativi, ma anche assai complessi compiti di verifica e controllo. È evidente che si pensa ad un organo da porre ai margini e sostanzialmente impotente. Ma allora era meglio abolirlo del tutto e adottare la più limpida e radicale delle soluzioni, quella monocamerale”.Ma l’obiettivo di semplificare il sistema sarà centrato?

“Tanto poco sarà semplificato il sistema che lo stesso articolo 70 prevede una misura per risolvere le “questioni di competenza”. Si confessa così che non sarà per nulla facile stabilire a chi spetti fare che cosa”.