di GIANNI FERRARA da IL MANIFESTO 4/5/2015

Si deve insistere senza rassegnarsi. Senza remore va qualificata l’enormità della contraddizione tra
i principi della Costituzione, tra la minima concezione della democrazia e la legge elettorale approvata in sostituzione del porcellum riproducendone però sfacciatamente le incostituzionalità accertate dalla Corte. Incostituzionalità che riveste e imbelletta. Nulla e nessuno però può nascondere che l’italicum infrange i fondamenti della democrazia rappresentativa e mira a dissolverla conculcando il diritto di scegliere chi votare come proprio rappresentante in Parlamento.

Nelle «20 circoscrizioni elettorali suddivise nell’insieme in 100 collegi plurinominali» i capilista, se la lista che capeggiano otterrà seggi, risulteranno automaticamente eletti senza essere stati votati. Così i deputati “nominati” dai capipartito risulteranno tanti quante saranno le liste che otterranno seggi. Quelle che di seggi ne conquisteranno uno solo, lo troveranno già scelto.

L’italicum rinnega poi il principio di uguaglianza prevedendo il “premio di maggioranza”, un dispositivo che prescrive nientemeno che la falsificazione della volontà dal corpo elettorale mediante la manipolazione del risultato dei voti espressi.

In qualsiasi pluralità umana la maggioranza dei voti si identifica nella loro metà più uno. Il “premio di maggioranza” non è attribuito a chi questi voti li ha acquisiti ma a chi non li ha acquisiti. Lo si conferisce ad una minoranza, a quella che ottiene un solo voto in più di ciascuna altra. Si traduce quindi in un privilegio per una delle minoranze rispetto a tutte le altre. Privilegio che comporta disconoscimento di voti validi e sottrazione di seggi alla maggioranza reale, reale perché composta dalla somma delle liste votate, esclusa la minoranza privilegiata. Quella a cui il corpo elettorale ha negato di diventare maggioranza ma contro la volontà popolare ne acquista il potere. Un’assurdità, una illogicità manifesta.

L’italicum è vorace. Non solo assegna 340 seggi alla lista che ottiene il 40 per cento dei voti (88 in più di quanti le spetterebbero). Ma, al secondo turno, che interviene se nessuna lista ha ottenuto il 40 per cento dei voti al primo turno, col ballottaggio tra le due liste più votate, attribuisce comunque questi 340 seggi, perciò anche ad una lista che di voti ne può aver avuto il 35 per cento, il 30, il 20 …

L’italicum, comunque, dissolve la democrazia rappresentativa stravolgendo la forma di governo
e declassando il ruolo del Presidente della Repubblica. Perché trasforma l’elezione al Parlamento in elezione del “primo ministro, capo del governo”, la doppia denominazione che definiva la forma di governo vigente in Italia dal 3 gennaio 1925 al settembre 1943.

L’inventore dell’italicum, il politologo D’Alimonte, sostiene che il mostriciattolo che ha inventato realizza l’elezione diretta del premier ma non modifica la forma parlamentare di governo. Affermandolo o finge di non saperlo o ignora che la forma parlamentare di governo si identifica nella responsabilità del governo nei confronti del parlamento, organo della rappresentanza politica che esprime la sovranità popolare. Rappresentanza cui l’elezione diretta del premier sottrae tutti i poteri trasferendolo proprio al premier e renderlo anche dominus nelle elezioni degli organi di garanzia, Presidente della repubblica, Corte costituzionale, Csm.

Questa radicale mutazione della forma di governo nel suo opposto e questa oscena mistificazione di una qualche ipotesi di democrazia si connettono poi con la cosiddetta “riforma” del Parlamento che maschera, col superamento del bicameralismo paritario, l’eliminazione (della sede) di un contro-potere allo strapotere del capo del governo nel regime che Renzi sta costruendo, quello dell’autoritarismo.

Va detto senza ambagi. L’italicum distorce l’arma indefettibile dei cittadini, il voto. Svuota la rappresentanza politica. Asservisce il Parlamento al governo. Soffoca la sovranità popolare. Investe di tutto il potere una persona sola.
Il testo di questa legge dovrà ora superare il controllo della promulgazione che deve essere quanto mai severo. Lo sia. In pericolo è la democrazia italiana.

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