Alfonso Gianni (Huffingtonpost del 26 aprile)

“Solamente chi non ha il senso della storia…” così comincia l’articolo di Mattia Feltri, il
nuovo direttore dell’Huffpost, finalizzato a una lettura non caricaturale del 25 aprile. Un
ottimo proposito che andrebbe perseguito con continuità e ulteriori approfondimenti.
Il guaio è che è proprio Feltri a offrirne una caricatura. Mi domando, e implicitamente gli
domando, come si faccia ad affermare che “La nostra Costituzione, scritta da tutti i partiti
antifascisti, compreso il Partito comunista, è una Costituzione antifascista e, nella prassi,
diventa una Costituzione anticomunista proprio perché conduce l’Italia nel mondo libero e
democratico”. Il ruolo dei comunisti secondo l’autore fu dunque quello degli utili ingenui
che scrissero una Costituzione che si rivolta contro di loro.
Francamente qui mi pare che il senso della storia vada completamente perduto. La storia
della Resistenza italiana, che precedette e informò di sé la nascita della nostra
Costituzione, sarebbe impensabile senza il ruolo di comunisti italiani. Non c’è ricostruzione
storica degna di questo nome che lo possa negare. La ragione sta proprio in una lettura
non agiografica della Resistenza. Claudio Pavone nel suo fondamentale studio degli anni
novanta definì la Resistenza come un prisma a tre facce, in cui si univano e si
intrecciavano, per usare le sue parole, la guerra patriottica, la guerra civile e la guerra di
classe. Chiunque volesse togliere o negare uno di questi elementi darebbe della
Resistenza una lettura monca e deviante. Il contributo dei comunisti italiani fu decisivo fin
dagli albori dell’antifascismo per fornire questo carattere a quella che anni dopo diventò la
Liberazione.
Non è difficile rintracciarlo dalla lettura dei primi articoli della Carta costituzionale. Basta
leggersi il ricco dibattito avvenuto nella Assemblea costituente e il suo risultato finale. Mi
riferisco più che al primo comma dell’articolo uno “L’Italia è una Repubblica democratica,
fondata sul lavoro” all’articolo 3 che stabilisce l’uguaglianza dei cittadini e il compito della
Repubblica di “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale … che impediscono il
pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori
all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Come è noto sono diverse le
correnti di pensiero democratico che contribuirono alla formulazione di quegli articoli, ma il
loro esplicito contenuto, direi anche nella forma in cui è espresso, evidenzia il ruolo
decisivo che la cultura della sinistra, comunista, del movimento operaio ha portato a quel
risultato. Senza considerare che l’elaborazione culturale e politica del Partito comunista
italiano rappresenta un unicum mai sufficientemente analizzato rispetto al quadro
internazionale offerto allora dai paesi del cosiddetto socialismo reale e dal movimento
operaio e di sinistra nel mondo.
Si può certo dire che quei principi fondamentali ancora aspettano una piena
implementazione. Ma non si può negare che lo sforzo del Partito comunista del
dopoguerra andava proprio in quella direzione. Furono altri a prendere una strada diversa,
dalla cacciata dei comunisti dal governo dopo il famoso viaggio di De Gasperi oltreoceano
alla polizia scelbiana. Ma non mi sognerei per questo di negare il contributo del pensiero
liberale e cristiano-cattolico alla nascita della nostra Costituzione.
I tentativi di affossare i principi costituzionali sono stati numerosi particolarmente negli
ultimi decenni e sono stati vigorosamente respinti da referendum popolari, come

successe al progetto berlusconiano del 2006 e a quello renziano di dieci anni dopo,
quando oramai il Partito comunista non era che un lontano ricordo e per molti un
rimpianto. Segno che quei principi seminati anche grazie all’azione di quel partito gli sono
sopravvissuti nel cuore e nelle coscienze dei tanti che quest’anno hanno dato vita a un
singolare 25 aprile di quarantena.
C’è da chiedersi allora da dove derivi questo rigurgito di anticomunismo d’antan. Contro la
Storia e contro la realtà dei nostri giorni. Forse qualcuno teme che le condizioni in cui il
connubio fra la pandemia e una spaventosa recessione economica lascerà il nostro
paese, e non solo, possano dare vita a un nuovo conflitto sociale? Fosse così si
comprenderebbe meglio l’operazione condotta in questi giorni dal gruppo Gedi con cinica
determinazione. Ma questo significherebbe proprio uno schiaffo alla democrazia e alla
libertà.