Coordinamento per la Democrazia Costituzionale 

Siamo una parte di quel popolo che si batte per la difesa e l’attuazione della nostra Costituzione, che ha impedito la sua deformazione tentata dalla legge Renzi-Boschi con la vittoria del NO nel referendum costituzionale del 4 dicembre 2016 e che è da sempre in campo per una legge elettorale pienamente costituzionale. Da allora abbiamo deciso di non fermarci e di proseguire la nostra battaglia per l’attuazione della Costituzione. I nostri comitati presenti in tutto il paese e anche fuori d’Italia, sono composti da cittadine e cittadini che hanno deciso di impegnarsi in questa lotta in difesa della democrazia partecipativa e dei valori fondamentali della nostra Carta Costituzionale.

Con questo spirito abbiamo dato vita a un Comitato per il No al Taglio del Parlamento che si è battuto nel referendum costituzionale del 20 e 21 settembre 2020. In quel caso l’esito del voto fu favorevole al Sì. Tuttavia la campagna per il No al taglio del Parlamento ha rappresentato un importante contributo alla vitalità della nostra democrazia, ha permesso di continuare la lotta su nuovi fronti.

Infatti la raccolta di firme che abbiamo promosso per chiedere un referendum abrogativo della legge sulla autonomia differenziata ha raggiunto quasi la cifra di 1.300.000. Malgrado questo, la sentenza della Corte Costituzionale 192/24, pur rilevando vari profili di incostituzionalità nel testo della legge Calderoli, ha impedito l’indizione del referendum abrogativo. A dimostrazione che la sentenza della Corte non è bastata a bloccare il governo stanno le pre-intese stilate dal ministro Calderoli con Veneto, Lombardia, Piemonte e Liguria nel novembre 2025, che non tengono alcun conto delle avvertenze sollevate dalla Consulta.

Ma l’attacco alla Costituzione da parte delle destre e del governo Meloni non si ferma qui. Si muove su più gambe: l’autonomia differenziata, l’attacco alla magistratura, il varo di una nuova legge elettorale con un forte premio di maggioranza, il premierato. Sono quattro aspetti di un unico disegno reazionario mirato a stravolgere e cambiare la nostra Costituzione per minare le fondamenta della nostra democrazia, spingere lo Stato in una direzione autoritaria e totalitaria, in sintonia con le forze economiche, finanziarie e politiche che stanno travolgendo nel mondo l’ordine internazionale nato dopo la seconda guerra mondiale, verso una prospettiva nella quale l’utilizzo della pura forza fino alla guerra tende sempre più a sostituire la politica nelle relazioni tra popoli e paesi.

Il Cdc ha sostenuto fin dall’inizio la campagna referendaria che ha portato il 23 marzo 2026 all’abrogazione della legge Meloni-Nordio contro la magistratura. Lo ha fatto partecipando al Comitato presieduto da Giovanni Bachelet e sostenendo l’iniziativa dei 15 cittadini che ha portato alla riformulazione del quesito, su cui in tre settimane si sono raccolte ben più di 500mila firme. La vittoria del No è stata di proporzioni sorprendenti. Tra gli elettori iscritti in Italia i No sono stati 14.461.336, i Sì 12.448.255; considerando – come è giusto fare – anche i voti provenienti dall’estero (ove il Sì ha prevalso) i No sono 15.083.988 e i Sì 13.251.887. In Italia la differenza è dunque stata di poco superiore ai due milioni, mentre nel complesso superiore a un milione e ottocentomila a favore del No. La distribuzione geografica del voto segnala che in sole tre regioni il Sì ha prevalso, Lombardia, Veneto e Friuli Venezia Giulia, mentre tre regioni del Sud Campania, Basilicata e Sicilia vantano le più alte percentuali di No. Con il significativo caso di Napoli dove il No si è affermato con il 75,49% di voti. Il contributo del Mezzogiorno e dei giovani alla vittoria del NO è stato determinante.

L’affermazione del NO è ancora più importante se si considera l’inaspettata alta affluenza alle urne, pari al 58,93% per quanto riguarda gli iscritti in Italia, che scende al 55,7% se si considera anche il voto proveniente dall’estero. Un risultato considerevole per una prova elettorale che come è noto non prevede il quorum ed alla quale il governo aveva deciso di non permettere alcuna facilitazione per la partecipazione dei fuorisede. L’affluenza al voto nei cinque referendum costituzionali che si sono finora tenuti nel nostro paese è stata quasi sempre elevata. Solo in un caso il numero dei votanti rimase inferiore e di parecchio al 50%: si tratta del referendum tenutosi il 7 ottobre del 2001 dove si presentarono ai seggi solo il 34,05% dei potenziali elettori per approvare, purtroppo, la matrice dell’attuale autonomia differenziata, ossia la sciagurata riforma del titolo V della seconda parte della Costituzione, votata di stretta maggioranza dall’allora centrosinistra. E’ quindi evidente che la crescente astensione nelle elezioni politiche ai loro vari livelli deriva da una disaffezione verso la “politica politicante”, da una sfiducia crescente nei partiti politici, nelle elite che popolano le istituzioni e probabilmente anche nei sempre più contorti meccanismi elettorali, ma non verso l’esercizio del diritto di voto in quanto tale, se questo mette in gioco principi generali ed elevati, quali sono appunto quelli contenuti nella nostra Carta costituzionale.

La vittoria del NO non esaurisce certamente il nostro cammino. Siamo in campo per impedire che si arrivi ad una legge elettorale ancora peggiore di quella attuale, come vorrebbero le destre, che porterebbe a un premierato di fatto senza rischiare un nuovo referendum. Siamo per una nuova legge che superi le liste bloccate, consenta ai cittadini di scegliere direttamente i loro rappresentanti, da eleggere su base proporzionale con una correzione attraverso un collegio nazionale. Metteremo in atto ogni iniziativa possibile perché non si completi il disegno dell’autonomia regionale differenziata, che metterebbe a rischio l’unità nazionale e darebbe più forza a quanti propongono addirittura una forma di governo presidenziale. Ribadiamo la necessità di continuare a battersi per i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori, per l’accoglienza dei migranti e per lo ius soli; contro tutte le leggi che restringono il diritto alla manifestazione del dissenso sociale, come negli ultimi provvedimenti del governo Meloni; contro le guerre, i massacri, i genocidi, quindi per la pace e la salvaguardia dell’ambiente.

Tutti temi che sono definiti dagli articoli della nostra vitalissima Carta Costituzionale, ma che vengono elusi o sono a grave rischio di stravolgimento.

L’impegno per attuare la Costituzione continua!

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