Le democrazie nascono, si sviluppano, entrano in crisi, tramontano e muoiono come tutte le cose di questo mondo. Ma siamo arrivati a questo epilogo? Se così fosse, la democrazia costituzionale nata dalla Resistenza partigiana sarebbe durata meno di un secolo, a fronte delle poche democrazie degli antichi che ebbero almeno alcuni secoli di vita. Ma ahimè non è un condizionale: che siamo a questo punto di non ritorno è ormai del tutto evidente, anche se gli studiosi che lavorano fuori dalle logiche di potere, avevano avvertito tutti da anni che eravamo finiti su questo piano inclinato così scivoloso.

Siamo a meno di un anno dalle prossime elezioni politiche e in queste condizioni una nuova vittoria del centro-destra potrebbe essere più che probabile. Nello scenario, infatti, si intravede, da un lato, il centro-sinistra privo di un programma unitario e credibile agli occhi dei milioni di elettori delusi che non si fidano più, dall’altro, un centro-destra al potere molto agguerrito che si aggiusta le regole del gioco elettorale a suo piacimento. Nel caso si verificasse una nuova vittoria del centro-destra, non saremmo di fronte a una semplice sconfitta elettorale per il centro sinistra: il centro-destra raggiungerebbe in Parlamento quasi la maggioranza dei tre quinti con ottime possibilità di arrivare anche ai due terzi per stravolgere la Costituzione senza il rischio del referendum costituzionale. Il bivio è qui.

Se dovesse nascere una “Costituzione di destra”

La nascita della Costituzione “di destra” rappresenterebbe la fine della democrazia con il premierato forte che prevede un “dux” al potere che decide tutto; un Parlamento completamente asservito; un Capo dello Stato privo di prerogative; un sistema giudiziario al servizio del Governo; una Corte costituzionale che sarà quanto meno neutralizzata; un secessionismo regionale del nord con conseguente ulteriore umiliazione delle regioni meridionali; la nascita di uno stato autoritario che nega il dissenso, lo reprime e lo annulla con la forza, facendo strada alle logiche filo-trumpiane delle deportazioni, delle repressioni sempre più violente e della giustizia da Far West; la guerra a fianco degli USA, di Israele, di Zelenskyy contro la Russia, con un’UE inesistente.

Alla prospettiva sopra rappresentata, fanno pericolosamente sponda gli ultimi due fatti di cui tutti parlano: da un lato la beatificazione del gioielliere Roggero, condannato in via definitiva per aver ucciso due ladri in fuga e averne ferito un altro anch’esso in fuga, dall’altro, la morte di Abderrahim Fakir a Bologna mentre era nelle mani di due agenti di polizia che dovevano immobilizzarlo e renderlo innocuo dopo essere stati chiamati da alcuni cittadini per la pericolosità dei suoi comportamenti.

 

Roggero era stato condannato in via definitiva, la pena a lui comminata (quattordici anni e nove mesi di reclusione) è stata minima per due omicidi di cui uno con il colpo di grazia. Questo è un punto di partenza per ogni altra considerazione, soprattutto per quelle che sono state già oggetto di esame approfondito nel corso di due processi di merito e uno di legittimità (ad esempio se si è difeso, si è vendicato, si è spaventato, si è arrabbiato ecc..). Se Salvini arriva al punto di esaltarne l’esempio di fuorilegge dalla pistola fumante proponendo la sua candidatura, quel bivio in cui purtroppo ci troviamo diventa di un’evidenza indiscutibile.

Il Governo di questo Paese (Salvini è vicepresidente del Consiglio) è orientato alla giustizia fai da te, alla legge del più forte, altro che Stato di diritto e magistratura autonoma e indipendente. Non c’è molto da discutere. Si tratta di un orientamento meglio esposto da vecchi e nuovi interventi di altri ministri ed esponenti della destra neo fascista come Carlo Nordio che da Ministro di Giustizia puntava ad assoggettare la magistratura al potere esecutivo; Giusi Bartolozzi che da capo Gabinetto del Ministero della Giustizia invitava a votare SI per “liberarsi della Magistratura” evidentemente troppo autonoma e per questo ingombrante per il Governo; la stessa Premier che oggi dà lezioni di giurisprudenza e di psicologia criminale alla magistratura entrando pesantemente nel merito dei processi fatti, rifatti e passati in giudicato. Senza parlare, poi, dell’attacco al Presidente della Repubblica perpetrato dal Ministro Nordio con l’apertura dell’istruttoria relativa alla grazia, quasi che il Capo dello Stato fosse in qualche modo complice di questo “avvitamento” iperbolico per la concessione della grazia all’assassino pistolero. Senza parlare, ancora, dei toni da “pretesa” rivolti al Capo dello Stato dallo stesso Roggero che vorrebbe apparire come “creditore” della Grazia. Atteggiamenti che sminuiscono la figura del principale garante della Costituzione e le sue ineccepibili prerogative, quasi che questo fosse già alle dipendenze del Capo indiscusso del Governo.

 

La manifestazione di Bologna? È la forza della democrazia

La morte di Abderrahim Fakir a Bologna mentre veniva immobilizzato da due agenti di polizia è, al momento, soggetta alla valutazione di un procedimento penale senza iscritti nel registro degli indagati per via dello “scudo” istituito con i decreti sicurezza, a tutela degli esponenti delle forze dell’ordine che potrebbero aver commesso degli abusi. Il procedimento di accertamento della verità è in corso e al momento in cui scriviamo non è ancora stata eseguita l’autopsia sul corpo del malcapitato, ma, da un lato, le dichiarazioni del Governo e della stampa di regime puntano a sottovalutare a priori eventuali responsabilità degli agenti che, secondo loro, avrebbero agito correttamente, dall’altro, essendo la vittima un pregiudicato, almeno così si è detto, in qualche modo se lo sarebbe cercato.

La manifestazione dei cittadini e dei giovani scesi in piazza a Bologna per chiedere verità e giustizia insieme con il sindaco Matteo Lepore e con Yossra Fakir, la nipote del cittadino morto, è stata importante perché ha fatto sentire la voce di una città civile e democratica. Il sindaco, nel quadro delle sue competenze a tutela della coscienza popolare che rappresenta, ha convocato un raduno pacifico proprio per approfondire il triste accaduto nella piazza più democratica d’Italia. Per questo va respinto il tentativo del governo e della premier di infangare quella civile manifestazione accostandola alle violenze degli antagonisti che hanno messo a ferro e fuoco la città facendo proprio il gioco della destra.

In realtà, i fatti richiamati e soprattutto le conseguenti valutazioni del governo e di altri esponenti della maggioranza, dimostrano la baldanza e l’impertinenza di una destra di governo che si sente a un passo dalla svolta in questo bivio verso l’autoritarismo. Una supponenza accompagnata anche da una reale preoccupazione di perdere le elezioni con il Rosatellum (per via dei collegi uninominali non più tanto sicuri come nel 2022). Di qui la fretta di approvare una legge elettorale tagliata e cucita su misura. L’unica incognita per la Meloni sarebbe nella possibilità che, anche con la legge elettorale fatta su misura, il centrosinistra potrebbe conquistare il superpremio. In tal caso si aprirebbe uno scenario completamente nuovo sotto diversi punti di vista, ma sarebbe sconfitto il disegno reazionario neofascista sopra descritto.

Da tutto questo nasce l’invito accorato per il centro sinistra, se è consapevole della posta in gioco, se l’ha capita, se sente la responsabilità di evitare l’eventuale fuoriuscita dalla democrazia – che sarebbe abbattuta senza scrupolo alcuno da una banda di fascisti seminatori di ignoranza e di stupidità – e far nascere dal basso i punti salienti di un programma di difesa e rilancio della Costituzione, in cui preminente sia il tema della pace e del no al riarmo, senza se e senza ma, liberandosi ora subito delle zavorre che su questo tema perpetuano ambiguità e irrisolte contraddizioni. Ebbene, il centro destra vorrebbe proprio che tale situazione di incertezza resti il più possibile. Rinviare tutto a settembre quando ci sarà più fresco da parte del centro sinistra, anche se qualcuno si è già mosso bene ma per conto proprio (con il progetto NOVA – Parola all’Italia del M5S), per la democrazia morente non è un segnale incoraggiante.

Carlo Di Marco