L’esito del referendum, con una vittoria così netta del No, ha sorpreso un po’ tutti, anche coloro che si sono battuti contro la legge Nordio-Meloni. Il primo elemento di sorpresa è stata l’inaspettata alta affluenza alle urne, pari al 58,93% che scende al 55,7% se si considera anche il voto proveniente dall’estero. Questo dimostra che la crescente astensione nelle elezioni politiche ai loro vari livelli deriva da una disaffezione verso la “politica politicante”, da una sfiducia crescente nei partiti politici, nelle elite che popolano le istituzioni e probabilmente anche nei sempre più contorti meccanismi elettorali, ma non verso l’esercizio del diritto di voto in quanto tale se questo mette in gioco principi generali ed elevati. Quali sono appunto quelli contenuti nella nostra Carta costituzionale.

In questo senso la prova referendaria ha assunto una dimensione politica nel significato più alto del termine, quello che la ‘politique politicienne’ ha perduto da tempo. Grazie ad una efficace propaganda si è potuto chiarire che questa legge non era altro che uno dei passi con i quali le destre tentavano di accelerare un processo di pura involuzione autoritaria. Un passo che aveva come precedente la legge sulla autonomia differenziata – su cui la Consulta era sì intervenuta ma in modo incompleto e inefficace – e che preparava il successivo, quello del premierato.

Il punto di svolta è stato certamente la scelta, operata dai “15 volenterosi”, di depositare un quesito che rendeva evidente la quantità e la gravità delle modifiche costituzionali e di richiedere con tempi strettissimi la raccolta delle firme. Il loro successo ha rimesso il referendum nelle mani di una partecipazione diffusa che diventava così l’agente proponente, contro ogni idea di conferma plebiscitaria della legge.

Si può vedere una progressiva e positiva influenza fra la raccolta di firme per un referendum abrogativo della legge Calderoli sulla autonomia differenziata, poi negato dalla Consulta, le grandi manifestazioni dell’autunno per Gaza, le agitazioni studentesche e giovanili contro la crescente torsione repressiva nel paese, la mobilitazione delle donne sempre più arricchita di contenuti e connessioni con altri momenti di lotta, fuori da ogni ritualità, e quest’ultima raccolta massiccia e rapida di firme e infine l’esito del voto.

Vi è una caratteristica che accomuna questi diversi momenti di protagonismo popolare: quella di avvenire in modo sostanzialmente spontaneo, al di fuori e al di là della sfera di influenza politico organizzativa dei partiti e persino delle grandi associazioni. Una risposta in positivo alla crisi della politica, sfuggendo ai suoi sempre più respingenti confini.

Quanto è avvenuto si è giovato delle sedimentazioni di altri momenti di lotta, anche se dall’esito assai meno fortunato. Non va dimenticato il referendum sui diritti dei lavoratori promosso dalla Cgil che non raggiunse il quorum, ma registrò il consenso di oltre 12 milioni di voti. La gran parte di questi sono certamente confluiti nel grande fiume dei No di qualche giorno fa. La coerenza e la tenacia della Cgil hanno pagato.

Così sono tornati alle urne molti di coloro che da tempo se ne erano allontanati. La percentuale dei giovani, appartenenti alla fascia tra i 18 e i 28 anni, segna il 67% di partecipazione al voto, con il 58,5% per il No. In sostanza il voto referendario ha dimostrato di erodere le sacche dell’astensionismo, finora inattaccabili da parte del voto per le elezioni politiche, e soprattutto di favorire la partecipazione delle fasce di giovani che andavano a votare per la prima volta e che hanno saputo vivacizzare la campagna referendaria con modalità creative.

Un simile terremoto non poteva non avere conseguenze sul governo e sulla maggioranza delle destre. Infatti cadono le prime teste, anche se secondarie. L’antica strada di un semplice rimpasto, magari mini, è la tentazione della Meloni. Ma la strada per cantare vittoria nei confronti dello schieramento governativo è tutta da costruire.

Il peggiore errore è illudersi che quei voti referendari siano automaticamente trasferibili nelle elezioni politiche della primavera del 2027 o in eventuali elezioni anticipate. O, peggio ancora, di cogliere l’occasione per regolare i rapporti all’interno del cosiddetto ‘campo largo’, affrettando le primarie per decidere la leadership dello schieramento.

La vittoria del No, proprio per i soggetti e la modalità che l’hanno determinata, richiede invece l’avvio di un processo rifondativo della politica, ben altra cosa da una ridefinizione di posizioni all’interno dei tradizionali schieramenti. Reclama, in sostanza, di eliminare la scissione tra le grandi idealità – capaci, di fronte alla loro offesa, di profonde reazioni morali e insorgenze popolari – e l’agire politico. Il compito resta arduo e grande, anche per quanto riguarda il protagonismo sociale del sindacato, ma l’esito di questo referendum ci indica la strada e nello stesso tempo è un primo passo. Da continuare.