Si è giunti infine all’armistizio per il voto regionale, grazie alla spartizione fatta con la candidatura a Roberto Fico, la segreteria regionale a De Luca jr, una lista personale e (forse) qualche assessorato di peso a De Luca padre, altra segreteria a Ruotolo-Sarracino. Come dicono Mario Coppeto e Aurelio Musi su queste pagine, ne esce male il Pd. Poco consola che non abbia l’esclusiva del feudalesimo di partito. Pensiamo a Calenda, che si taglierebbe le mani piuttosto che sostenere Fico. A sentire i suoi, è bene avviare la colletta per l’acquisto delle protesi.
Quanto accade ci fa capire i veri punti focali dello scontro politico. Ad esempio, perché è importante che De Luca abbia una sola lista in campo, e non due come aveva lasciato intendere? Un po’ di conti. In consiglio regionale 50 membri, 51 con il presidente eletto. Con il premio di maggioranza il candidato presidente che vince prende almeno 30 seggi, più il proprio. I seggi sono distribuiti proporzionalmente tra le liste collegate e secondo le preferenze. Le dimissioni simultanee di una maggioranza di consiglieri (26) determinano la caduta della giunta e lo scioglimento automatico dell’assemblea. Quindi il margine di sicurezza della maggioranza è tra 31 e 26. Nelle elezioni del 2020 la lista personale di De Luca superò il 13% e ottenne 6 eletti. Se, vincendo il campo largo, De Luca ripetesse oggi quel risultato, potrebbe trovarsi ad essere decisivo per la sopravvivenza della giunta in carica e dell’assemblea. Un esito da evitare. A tal fine, meglio una lista piuttosto che due.
Possiamo pensare che De Luca costruirà quella lista in modo opportuno. Se non metterà sé stesso come capolista, cercherà una candidatura civica di prestigio, magari come specchietto per le allodole e per attrazione, e poi distribuirà accortamente nella lista i fedelissimi su cui far convergere davvero le preferenze. Se il capolista affonda, nessun danno. Nemmeno possiamo escludere che ci sia una seconda lista De Luca occulta e dissimulata come esclusivamente civica, con l’obiettivo di superare lo sbarramento al 2,5 per cento. Potrebbe servire per l’elezione anche di un solo consigliere, da aggiungere poi all’occorrenza agli eletti della lista De Luca ufficiale. Potrebbe essere il voto aggiuntivo che gli consente di tenere in mano le chiavi per la sopravvivenza della consiliatura.
Nella valutazione prevalente, De Luca non potrà ripetere il risultato del 2020, perché i suoi già disertano. Per una parte è certamente vero. Ma qui cogliamo l’importanza della segreteria regionale affidata a De Luca jr, con quel che comporta sulla formazione delle liste, e il perché delle date dei congressi, che rispondono alla necessità che il nuovo segretario sia già in carica quando occorre. Da questo punto di vista c’è una stretta joint venture politica tra i De Luca, che ovviamente non ha nulla a che fare con la progettualità di partito, e ancor meno con la partecipazione democratica. Quindi nel campo largo vedremo due strategie contrastanti: una, volta al contenimento dei De Luca per tenerli lontano dal risultato del 2020; e una dei De Luca, che cercano di confermare per quanto possibile quell’esito. È cruciale il controllo effettivo dell’assemblea elettiva, e i voti decideranno. Questo ci dice che l’armistizio è precario, e che probabilmente verrà meno nel fuoco della battaglia all’ultimo voto. Anche se le violazioni potranno non essere visibili ai più.
Tuttavia la Campania non è un caso eccezionale ed anomalo, imputabile in esclusiva al personaggio De Luca. Come ho già scritto, riflette le architetture della politica di oggi. Lo psicodramma in Puglia, con Decaro che non vuole al suo fianco Emiliano e Vendola, sottende un problema analogo. Significativi esempi in Toscana e Calabria. E persino in Veneto si coglie la sorda battaglia tra Salvini e Zaia, che ancora non molla sulla propria lista. Quindi coglie nel segno la riflessione – a settembre – sul come ricostruire su basi non effimere le strutture politiche portanti del paese. Per di più in un contesto di problemi – dalle guerre, all’aumento delle spese militari, ai dazi – assai gravi. Io ho già scritto la mia: una robusta iniezione di partecipazione popolare e democrazia diretta, in parte già possibile e in parte da costruire. Questo può essere il progetto da portare in una campagna elettorale all’insegna del cambiamento. Fermarsi ai lamenti per i fatti di ieri non ha mai risolto i problemi di domani.